La scienza e la tecnologia ci pongono in continuazione di fronte a dilemmi etici, ma quello che sorge dalla notizia di ieri sulla clonazione di due primati, due macachi, sta dividendo l’opinione pubblica.

La notizia

La ricerca biomedica e biologica sui primati non umani può ottenere grandi vantaggi dallo studio della generazione, tramite clonazione, di primati che siano uniformi rispetto ai donatori.

Un gruppo di ricerca della Chinese Academy of Sciences Institute of Neuroscience di Shanghai ha annunciato ieri al mondo di aver clonato con successo due macachi, utilizzando la stessa tecnica utilizzata per la clonazione della pecora Dolly, seppur a partire da una cellula non propriamente adulta come era accaduto con la pecora più famosa del nostro tempo.

La clonazione non è una novità: questa infografica di Futurism riassume la storia della clonazione fin dalla rana, primissimo animale clonato con successo nel 1958.
Pur trattandosi di una tecnica in fase di studio già da diverso tempo, fu Dolly, la prima pecora clonata nel 1996, ad attirare l’attenzione più di tutti gli altri: si trattava infatti del primo mammifero clonato con successo, diventata mamma di 6 agnellini nel corso dei suoi 7 anni di vita, prima di morire per una malattia.

Ora, la notizia della clonazione di un primate non può che attirare l’attenzione: si tratta infatti dell’animale che consideriamo più vicino a noi e preannuncia inevitabilmente la possibilità di clonare un essere umano.

Bioetica e domande

Le domande che sorgono da questa possibilità sono molte. È vero, infatti, che studi che vanno in questa direzione possono agevolare grandi avanzamenti nella nostra conoscenza di processi biologici e, quindi, anche nella medicina e, di conseguenza, in un miglioramento della salute; ma, una delle cose spesso sottolineate dall’etica applicata a tecnologie e scienza è che, il fatto che qualcosa possa essere fatto, non implica necessariamente di doverlo fare.

Ma quali sono le domande che sorgono? Da dove dobbiamo partire per prendere una posizione?
Il punto principale da chiarire è chi siamo come esseri umani, cosa definisce la persona e i suoi diritti. Senza una definizione chiara di questi termini non possiamo rispondere alle domande su cosa si possa o non si possa fare.
Abbiamo diritto di creare nuovi esseri viventi?
Quanto possiamo spingerci oltre nel manipolare la natura senza conoscerne le conseguenze?
E, una volta che decidessimo di clonare un essere umano, il donatore e “la copia” che diritti avrebbero? In un’intervista di oggi sul Corriere (nella versione cartacea) il cardinale Elio Sgreccia, esperto di bioetica per il Vaticano, sottolinea che la Chiesa sarebbe certamente contraria e parla di pezzi di carne e non di uomini, parla di creazione di scimmie e non di esseri umani. Ma siamo certi di poter negare la definizione di persona e i diritti che ne derivano a un eventuale essere umano nato con questa tecnica?
Potremmo mai pensare di creare esseri umani in laboratorio al solo fine di sperimentare su soggetti con lo stesso identico DNA, come si vorrebbe fare sugli animali?
Quali conseguenze possiamo prevedere sull’evoluzione del patrimonio genetico dei soggetti clonati e dei loro figli?

Pochi di noi hanno davvero una risposta. Una cosa certa è che, in questi tempi di innovazione e scoperte incalzanti, più che mai, è necessario partire dalle definizioni ed esplorare la nostra umanità. Più che mai è necessario costruire un bagaglio etico che possa fungere da faro nel mare in tempesta che ci circonda.

Cristina Pozzi

Cristina Pozzi è imprenditrice nel settore profit e no profit, speaker, advisor e angel investor. Dopo aver venduto Wish Days a un gruppo internazionale nel 2016, oggi è co-fondatrice e CEO di Impactscool e co-fondatrice di Checkout Free Technologies (soluzioni AI per la vendita al dettaglio). Su Impactscool Cristina scrive di innovazione e di tecnologia, con particolare attenzione alle possibili implicazioni morali e filosofiche.