Dovrei esserci abituato, ma quando entro in un aeroporto mi sorprendo ancora per la marea di persone in partenza ogni giorno, ogni ora, addirittura ogni minuto. Mi stupisce, inoltre, osservare che, ovunque mi trovi, tutti siano dipendenti da smartphone e laptop, e che gli aeroporti sembrino sempre più simili tra di loro. Si parla spesso di tecnologie esponenziali, o della crescita esponenziale di paesi come la Cina, ma questi aspetti sono semplici conseguenze di un unico trend: abbiamo trasformato il mondo intero in una macchina esponenziale.

Una macchina che diventa sempre più grande, a un ritmo sempre più veloce. Pensate: un americano consuma in media 11,000 Watt di energia al giorno, più di una balena azzurra, l’animale più grande sul pianeta. Ma di balene nel mondo ce ne sono qualche migliaia, di uomini invece più di sette miliardi, destinati a diventare dieci entro il 2050. Megalopoli come Tokyo, con oltre venti milioni di abitanti, erano l’eccezione nel secolo scorso, ma oggi stanno diventando la norma in molti paesi in via di sviluppo; una regione come quella del Pearl River Delta nel Sud della Cina si sta trasformando in una mega-città di cento milioni di abitanti. Facebook è, ad oggi, la più grande comunità della storia dell’umanità; con i suoi due miliardi di utenti supera addirittura i cristiani.

Ma dove stiamo andando con questa macchina? E soprattutto, chi la sta guidando? Se lo chiedessi a uno dei miei nonni o a Ian Bremmer, uno dei massimi esperti di geopolitica al mondo, la risposta sarebbe la stessa: non è chiaro quale sia la destinazione, e nessuno è alla guida. La macchina è driverless, ed è incapace di risolvere molti dei problemi legati all’arrivo delle nuove tecnologie, su tutti l’aumento delle disuguaglianze e la polarizzazione del mercato del lavoro.

Non è la prima volta che succede. Il primo Ottocento inglese, quel periodo che oggi consideriamo come l’inizio di un progresso senza pari nella storia dell’umanità, fu in realtà vissuto come un incubo da molti. Soprattutto da quella parte di popolazione che dovette adattarsi al lavoro alienante e massacrante delle nuove fabbriche. La macchina a vapore, prima, e le ferrovie poi, portarono alla nascita della modernità, ma non senza passare attraverso sfruttamento, lavoro minorile e, in alcuni casi, una riduzione del tenore di vita. Le istituzioni si adattarono molto lentamente, ma quando riuscirono a capire e regolamentare l’impatto delle tecnologie, attraverso ad esempio il riconoscimenti dei diritti dei lavoratori e l’istruzione obbligatoria per tutti, diedero il là a un periodo di benessere diffuso.

Come ha spiegato Carlota Perez, ricercatrice venezuelana esperta in tecnologie e sviluppo socio-economico, gli ultimi due secoli hanno visto il ripetersi della stessa dinamica storica. Comincia tutto con un big bang, una nuova tecnologia ad alto potenziale che inizialmente cattura l’interesse di pochi. Questa tecnologia porta dei vantaggi chiari per chi la adotta, e col tempo, quindi, incomincia a diffondersi, attrae nuovi capitali, da vita ad un sistema di tecnologie derivate e cambia addirittura il modo delle persone di fare business, di interagire l’uno con l’altro, e di vedere il mondo stesso. Questi nuovi modelli tecnologici, economici e sociali, tuttavia, si scontrano con le istituzioni dell’era precedente, e il divario porta a forti tensioni e squilibri. Se, però, la politica riesce ad adattarsi al nuovo mondo e a plasmarlo a sua volta, c’è la possibilità di dare vita a una nuova epoca d’oro, dove la ricchezza creata dal nuovo sistema tecnologico va a beneficio di tutti.

Oggi ci troviamo nella penultima fase di questo ciclo, quella di un grande scostamento tra nuovo mondo e vecchia politica. Internet e l’intelligenza artificiale  si sono imposti nel decennio scorso in settori di nicchia, ma ora sono alla base della crescita di quasi ogni industria. Google lavora alle auto autonome, Amazon si prepara a vendere medicine, Netflix sta soppiantando la TV, Alibaba rimpiazza le banche come servizio di transazioni finanziarie, Facebook cambia l’esito delle elezioni.

Le istituzioni, però, non sanno ancora come rispondere. Antitrust e fisco sono impotenti di fronte ai monopoli digitali che non pagano le tasse. Nessun organo a tutela dei consumatori fa qualcosa per impedirci di svendere quotidianamente la nostra privacy online. Gli autisti di Uber e altri lavoratori della Gig Economy rimangono senza diritti e previdenza sociale.

Come fare a risolvere questi problemi? Come evitare che queste situazioni diano vita a soprusi e diseguaglianze? Il settore che deve essere disrupted, al giorno d’oggi, è la politica. Perché è la politica che deve tornare alla guida. Imprenditori, programmatori, scienziati e investitori hanno il compito di spingere la frontiera dell’innovazione, ma spetta alla società scegliere come usare queste tecnologie, quali limiti porre, e come distribuire i benefici. E questa scelta, a mio parere, va fatta attraverso la politica, partendo da tre linee guida chiave.  

  1. L’obiettivo della politica deve essere una classe media prospera e numerosa. Non basta la semplice crescita del PIL, né la creazione di posti di lavoro nel senso tradizionale, né qualcosa di intangibile come la felicità. La politica deve assicurarsi prima di tutto che libertà e opportunità siano disponibili per la maggior parte della popolazione.
  2. La politica deve abituarsi a cambiare più in fretta, ma anche a frenare quando la velocità diventa insostenibile. Se, da un lato, il mondo è sempre più veloce, e quindi le istituzioni devono imparare ad adeguarsi, dall’altro bisogna anche dare tempo alla società e alle persone di cambiare. Insomma, la macchina oltre a una guida ha bisogno dei freni.
  3. Infine, la politica deve essere globale. Il mondo era connesso anche prima della rivoluzione digitale, ma rispetto alle tecnologie e alle situazioni precedenti la differenza con il periodo storico in cui stiamo vivendo è enorme. I problemi principali sono ormai globali, e perfino Washington, Pechino e Bruxelles sono costrette a cooperare per risolverli.

Tradurre questi tre principi in misure concrete non è affatto facile. Ma ciò che è evidente è che riforme che migliorano la situazione esistente solo in modo incrementale, un passo alla volta (come Obamacare negli USA o il Jobs Act in Italia), non portano alla soluzione del problema di fondo. Serve, in politica, quello che Peter Thiel ha chiamato un salto da 0 a 1, un cambio sostanziale che porti alla creazione di un nuovo sistema istituzionale, adatto e adattabile al mondo digitale.

Andrea Zorzetto

Andrea Zorzetto è Ambassador di Impactscool a Parigi. Al momento risiede in Francia dove frequenta il Master Digital, New Technology and Public Policy a Sciences PO e lavora come digital policy advisor per la rete di ospedali della capitale. Nei suoi articoli, Andrea esplora i rapporti tra politica e tecnologie esponenziali, indagando su cosa le istituzioni debbano fare affinché le innovazioni siano usate per il beneficio di tutta la collettività.