Il nostro contributor Luca Tiraboschi ha intervistato Johnny Dotti, pedagogista e professore a contratto dell’Università Cattolica di Milano, con cui ha parlato del rischio sociale dell’evoluzione tecnologica

 

Nei precedenti interventi per Impactscool ho sempre fatto emergere il dualismo tra la mia parte più “geek”, quella che mi fa amare a prescindere ogni aspetto della tecnologia, e la mia parte più dubbiosa, che vede in modo oggettivo la deriva a cui può portare una tecnologia “disumanizzante”. Per approfondire quest’ultimo aspetto ho fatto una chiacchierata con Johnny Dotti.

Johnny è un amico. Si è laureato in Pedagogia ed è imprenditore sociale da molti anni. Dal 1999 al 2002 è stato consigliere delegato del gruppo cooperativo CGM (Consorzio Gino Mattarelli, la più grande rete italiana della cooperazione sociale) e fino al 2008 lo ha guidato come presidente. È stato anche presidente di Welfare Italia Servizi ed è professore a contratto dell’Università Cattolica di Milano, dove tiene il corso di Tecniche analisi e gestione di fenomeni sociali complessi. Johnny, inoltre, ha scritto alcuni saggi su temi sociali.
Mi riceve nella parte più antica della vecchia cascina ristrutturata dove abita con altre famiglie, con le quali vive esperienze di condivisione. Voglio capire come lui, calato profondamente nel mondo del sociale ma comunque con uno spirito imprenditoriale, vede questa progressiva “invadenza” della tecnologia.

Tu hai scritto «Uno di questi fenomeni in rapida espansione è l’entrata delle macchine robot umanoidi nella nostra vita quotidiana. Una delle tante varianti dell’incessante ed invadente influsso della tecnocrazia nelle nostre vite, che si regge sul grande mito scientista che tutto avvolge»…dì la verità: la tecnologia ti spaventa.”
“Sono spaventato da qualunque tipo di assolutizzazione, compresa quella religiosa e lo dico da cattolico. Oggi il pensiero tecnico-scientifico è una religione che ha la pretesa di leggere tutta la realtà e per me questo non è accettabile proprio al pari del fondamentalismo religioso. Credo che la tecnologia sia una cosa bella, interessante, utile, ma non credo possa rispondere a tutti i perché dell’uomo, non credo sia usabile in tutti i campi, non credo che il metodo scientifico/tecnico sia estendibile a tutte le ricerche della vita. Credo che sia molto nobile, che ci possa aiutare nelle cose concrete e offrirci una serie di comfort, ma che non possa rispondere alla domanda di senso della vita. La tecnologia, come tutte le cose dell’uomo, si porta dentro una serie di rischi: è un prodotto umano e quindi come tale va presa con un sano distacco, una sana distanza, perché altrimenti tende a saturare tutta la domanda di senso dell’uomo”.

Hai visitato l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e hai chiacchierato con Roberto Cingolani (che lo dirige). Che cosa ti ha colpito positivamente e cosa ti ha spaventato?
“Questo è il tempo della tecno-scienza. Ho praticamente visitato un monastero moderno, come se nel ‘600 si fosse visitato un monastero benedettino, con specifici riti e liturgie che girano intorno ad un mito che è appunto quello tecnico-scientifico. Alcuni scienziati mi hanno spiegato che il loro ambito di ricerca era quello di trovare un elemento base da utilizzare per scopi disparati (come ad esempio simulare la pelle umana). In pratica, è una ricerca simile a quella della pietra filosofale del Medioevo. Siamo quasi alla spiritualizzazione della materia. Il rischio che vedo in questi casi è quello di concentrarsi su un solo aspetto dell’uomo, che è sì corpo (materia) ma anche mente e spirito. Ho comunque respirato un’atmosfera positiva con giovani di tutto il mondo concentrati con un obiettivo di bene comune.”

Lì hai visto all’opera anche dei robot, che opinione hai in merito?
“L’interesse, concreto, ai robot ha canalizzato il loro sviluppo su due ambiti opposti: uno è quello distruttivo, possono, per esempio, sostituire la fanteria sul campo di battaglia, ma lo stesso robot, programmato in altro modo, può essere utilizzato per l’assistenza agli anziani. In generale, anche nell’uso pacifico, Il limite che vedo è la riduzione pura dell’uomo a funzione: funzione efficiente, funzione efficace, funzione puntuale. Il robot assiste l’umano nella funzione, nei bisogni corporali, nel camminare, nel mangiare. Questa è una buona cosa, l’uomo è anche funzione, ma la soluzione non può essere quella di concentrarsi solo nella massimizzazione degli aspetti funzionali, altrimenti si arriva all’inumano. La componente umana deve continuare ad essere preponderante: per esempio è utile un robot in un contesto abitativo in cui gli anziani si danno una mano l’un l’altro e la macchina aiuta integrando specifici compiti, ma non deve sostituire totalmente la socialità, la relazione. Se mi si chiede se il robot sia la risposta singola a ognuno di quegli anziani, io dico no”.

Stai parlando di anziani e di robot, ma la tecnologia ci sta aiutando ad allungare la durata della nostra vita. E questa durata potrebbe essere, potenzialmente, infinita.
“Te la dico in termini quasi teologici: la tecnologia non può farci saltare il passaggio della morte, trovo che se all’uomo togli la morte, togli l’uomo. Noi siamo creature e proprio per questo abbiamo un grande valore, quello di essere a nostra volta creatori. Ma noi partecipiamo alla creazione dentro il limite dell’esistenza. La tecnologia vede una progressione lineare del tempo (passato-presente-futuro) ma io, ad esempio, penso all’eterno, che non è futuro all’infinito ma è il tempo eterno di un’istante all’infinito. Ben venga la concretezza della tecnologia, ma servirebbe un po’ di tecnica meditativa in più, stare in silenzio, ascoltare il proprio corpo: credo che queste cose valgano come 100 dispositivi che ti aiutano nelle tue funzioni fisiche. Possiamo potenziare finché vogliamo le nostre dimensioni esteriori, questo va benissimo, ma dobbiamo andare di pari passo con il potenziamento delle dimensioni interiori. Serve un dialogo profondo tra la scienza analitica, computeristica, algoritmica e la meditazione, la spiritualità, la fede.”
“Ma l’uomo ha sempre voluto migliorare e la tecnologia, che è prodotto dell’uomo, ha fatto fare salti in avanti importantissimi!”
“Noi siamo certamente volontà di potenza. Partendo da Cartesio, passando per l’Illuminismo e arrivando a Nietzsche, questa idea espansiva ci appartiene. Ma non ci dimentichiamo che noi siamo anche fragilità, debolezza, povertà, bisogno. Il punto è, per me, che la volontà di potenza non sostituisce quest’altra dimensione umana. S. Paolo dice che «Quando sono debole, è allora che sono forte», S. Matteo scrive nel Vangelo «Beati i poveri in spirito» e non si tratta solo di una visione cattolica. Molte altre religioni e anche molti laici celebrano la limitatezza dell’umano. La mia dimensione di fragilità è anche un regalo, non è solo un aspetto che deve essere riparato attraverso delle tecniche che estendono la volontà di potenza. La volontà di potenza è solo un pezzo di me, l’altro pezzo di me (che ha dignità umana) è questa povertà. Anche ora stiamo dialogando attraverso le nostre povertà: la tua domanda e la mia risposta, la mia domanda e la tua risposta. È la nostra reciproca insufficienza che ci fa incontrare. Il principio di solidarietà non nasce dall’incontro di persone potenti, ma dal rapporto di persone che si sentono fragili. L’amore è un gesto di tenerezza che si svolge attraverso la debolezza.”

Quindi, rischiamo di indirizzare la tecnologia solo per sviluppare la nostra volontà di potenza, dimenticandoci del resto?
“Io non credo che nessuna macchina possa essere umana. Quando sento parlare del superuomo, del potenziamento dell’uomo, penso che ci stiamo concentrando proprio su quell’aspetto dell’uomo che esclude il limite, la debolezza. Immagina l’intuizione poetica che hai in un momento di melanconia e di tristezza totale, ma in quello stato vedi un particolare dal finestrino del metrò e da lì scaturisce una poesia…ecco a questo non ci arriverà mai un computer. Perché quella cosa non è un calcolo, questa cosa è un altro «logos». Un uomo, alcune volte, fa delle cose per pura follia, non c’è una ragione, non c’è un calcolo: c’è un puro abbandono, sia nel bene che nel male. Questo è figlio della debolezza, della fragilità, dell’esposizione creaturale alla morte. La tecnologia, per sua natura, lavorando sulla volontà di potenza, tende all’accelerazione: una cosa è meglio solo perché è fatta più veloce. Ma per tanti altri aspetti, specifici dell’essere umano, c’è bisogno di un tempo che non puoi calcolare…ed è giusto così. Per esempio, la noia non può essere prevista dalla tecnologia, ma è una componente fondamentale di un certo tipo di pensiero. L’attesa, l’incapacità di esprimere una domanda, sono aspetti fondamentali. Pensa all’arte: la tecnologia può riprodurre graficamente cose pazzesche, ma a certe intuizioni d’artista non ci arriverà mai, non può arrivarci…ma non per colpa sua ma perché non sono variabili legate né alla logica, né al calcolo delle probabilità, né alla quantità delle informazioni, né all’espansione della potenza ma sono collegate all’altra parte umana che non sta dentro il «logos» ma sta dentro il mito”.

Ma la tecnologia porta effetti positivi evidenti sulla vita della gente.
“Certamente, non lo nego e lo riconosco, ma possiamo stabilire che ci sono dei limiti? Oppure, siccome quella cosa la possiamo fare, allora la dobbiamo fare? Questo per me è il grande tema e io rispondo di no, non è detto che quello che puoi fare lo devi fare per forza. Se la nostra volontà di potenza soffoca l’altra parte di noi, quella debole, i rischi sono altissimi. Per dirla come Jung: tu vedi la tua parte luminosa, ma sei capace di convivere anche con la tua ombra? Io sono anche le mie contraddizioni e questo dualismo emerge anche in termini collettivi. La tecnologia non ne è esente: se si distacca totalmente da una realtà di maggior comprensione di sé, diventa molto pericolosa. Ti faccio un esempio: attualmente il 90% delle transazioni finanziarie sono fatte da algoritmi e queste transazioni gestiscono debiti statali, risparmi delle famiglie, patrimoni…quindi vite. Gli algoritmi finanziari prenderanno decisioni in base a criteri sicuramente efficaci ed efficienti, ma non è detto che sia il bene per le milioni di famiglie che ci stano dietro. Se io stacco la finanza da tutto quello da cui deriva (la produzione, il lavoro, la socialità, l’uso delle risorse) e la tratto come se fosse un comportamento solo funzionale a generare un flusso di denaro, creo un rischio reale per le persone. Per quello non riesco ad immaginare che le cose possano essere prodotte, governate o verificate solo attraverso meccanismi tecnologici: non è possibile. Certamente su alcune cose sì, ma quando quel metodo diventa la verità, o la realtà, o la certezza…allora io mi fermo perché lì c’è l’idolo.”

Ma come stabiliamo i limiti?
“Ancora non c’è una coscienza su questi temi. Semplificando al massimo, se pensi alla storia dell’umanità, in una prima fase è valso il potere religioso, poi quello politico ed ora quello tecnologico. L’uomo si affida totalmente a questo spazio, confidando in un futuro migliore, fino a saturarlo: l’assolutismo religioso ha provocato guerre e persecuzioni terribili perché si era arrivati ad utilizzare la teologia per schiacciare qualsiasi dimensione umana. Lo stesso vale per le ideologie politiche: basti pensare al nazismo. Ora rischiamo un assolutismo altrettanto rischioso con la tecnologia. Tornado alla tua domanda ti rispondo che c’è un problema di impianto educativo: i ragazzi devono essere educati a fare i conti con le altre parti di sé, per saperle valorizzare e armonizzare con la volontà di potenza. Se lasciamo l’attuale sistema educativo, inteso in senso generale e non strettamente scolastico, a galleggiare come l’abbiamo pensato nei decenni passati il finale sarà tragico, perché non ci sono le condizioni umane per essere critici rispetto a questo nuovo mito che tende a saturare tutto. Ci sarebbe bisogno di forme educative orientate al silenzio e a un rapporto diretto con la natura. Ci sarebbe bisogno di esperienze con il proprio corpo molto più sanguigne e reali, a partire dai 5/6 anni. Bisogna ritornare ad avere l’abitudine a farsi domande.”

La mia anima geek è uscita abbastanza scossa da questa chiacchierata. Riconosco il compiacimento della mia volontà di potenza nei gesti quotidiani: grazie a Amazon sono così potente che ogni mio desiderio di acquisto è esaudito in un baleno, grazie a Google ogni mia domanda trova una rapida risposta, grazie a Facebook sono istantaneamente al corrente di ciò che accade nella vita dei miei amici.
Chi, come me, ama la tecnologia e ne riconosce gli impatti positivi per il genere umano, non può permettersi di non considerare anche gli aspetti più rischiosi.

Come al solito è questione delle scelte: parliamone, discutiamo, scegliamo…#thefutureisopensource.

Luca Tiraboschi

Luca Tiraboschi è Ambassador e Contributor di Impactscool. Ha lavorato per molti anni in ambito Marketing e Servizi e ora si occupa di progetti omnicanale per un importante retail di consumer electronics. Da sempre appassionato di innovazione, Luca ama scrutare il futuro cercando di far emergere le opportunità e i rischi connessi con le infinite possibilità che la tecnologia mette a nostra disposizione.