Chi, come me, è sempre stato appassionato di tecnologia non può non gioire dei tempi che stiamo vivendo. Sono cresciuto in un periodo in cui non esisteva Internet (…si, ragazzi miei, una volta Internet non esisteva) e ne ho vissuto l’avvento progressivo, partito dai nodi delle BBS (la “proto-Internet”) per passare al web ed a velocità sempre maggiori.

Evoluzioni rapide, ma mai quanto ora.

La potenza dei cambiamenti che stiamo vivendo, descritta proprio in termini di impatto x velocità, non ha eguali e l’onda all’orizzonte è carica di opportunità, ma anche di minacce.

Una delle migliori metafore che ho trovato leggendo libri, articoli trovati sulla rete e guardando video sui temi dell’Intelligenza Artificiale, della robotica, della genetica, delle nanotecnologie è quella che parla del KETCHUP EFFECT.

Si tratta della descrizione di ciò che succede quando cerchiamo di versare sul piatto un po’ di ketchup contenuto in una bottiglietta di vetro: “First nothing, then nothing, then a drip and then all of a sudden—splash!”.

Giriamo la bottiglietta…non scende niente. Riproviamo…non scende niente. La giriamo di nuovo e diamo un colpetto alla base…esce un po’ di ketchup. Perfetto…un ultimo scuotimento: un lago di ketchup ci invade il piatto.

E proprio a questo dobbiamo essere preparati, perché dobbiamo essere pronti a “governare” questo evento improvviso, che magari ci sembra improbabile, ma che avrà effetti importanti.

Dobbiamo ragionare sugli scenari ed avere la forza (come umanità) di fare delle scelte.

Un esempio calzante di ketchup effect è legato all’Intelligenza Artificiale.

Pensiamo a quello che potrebbe portare, proprio in quel campo, l’esplosione delle capacità computazionale, la creazione di reti connesse e la diffusione delle “cose” connesse.

Si può pensare ad una progressione che parte da un’intelligenza artificiale potente ma specialistica (ANI – Artificial Narrow Intellicence) che ha consentito a Deep Blue, un supercomputer IBM, di battere il campione del mondo di scacchi Garry Kasparow nel 1996.

Cos’era Deep Blue? Una calcolatrice potentissima, tarata sugli scacchi e inadatta a fare altro. Abbiamo scosso la bottiglia, e abbiamo cominciato a far uscire qualche goccia di ketchup…

Questo tipo di intelligenza si è poi evoluta arrivando, con il degno successore Watson, ad essere in grado di rispondere a domande espresse in un linguaggio naturale ed a battere nel 2011 i migliori concorrenti americani di Jeopardy.

In questo caso non si trattava solo di una sfida “meramente computazionale” ma di un quiz dove per rispondere correttamente serviva arrivare a cogliere “il contesto” di ogni quesito.

Il passo successivo, non ancora raggiunto ma prossimo, è arrivare ad eguagliare l’essere umano in quasi ogni pratica quotidiana: questa è l’AGI (Artificial General Intelligence). Qui lotteremo sullo stesso piano, sarà un’intelligenza simile alla nostra…ma il ketchup uscirà veramente dalla bottiglia allo scuotimento successivo, soprattutto grazie anche all’esplosione di intelligenza diffusa e connessa (sensori in tantissimi oggetti di uso quotidiano collegati in rete e tantissima potenza di calcolo disponibile).

Ecco che comparirà l’ASI (Artificial Super Intelligence) che, semplicemente, potrebbe essere così immensamente superiore alla NOSTRA che non la potremo capire.

Sarà in grado di pensare cose che noi, semplicemente, non riusciamo a pensare.

Mi piace fare questo esercizio: visualizzate qualche cosa ad una dimensione sola (un punto!), visualizzate a due dimensioni (una linea!), visualizzate a tre dimensioni (un cubo!) e ora pensate a quattro dimensioni…non ce la facciamo (attenzione…non vale dire il tempo, perché non si riesce a “visualizzarlo”).

Quindi l’ASI sarà in grado di fare qualche cosa che noi non riusciamo a concepire (nel senso più assolto della parola).

A questo punto noi potremmo ad esempio diventare semplicemente insignificanti e l’ASI potrebbe decidere che può fare a meno di noi.

Yuval Noah Harari scrive “Quando abbandoneremo la visione antropocentrica in favore di quella datocentrica, la salute e la felicità umana potrebbero apparire meno importanti. […]  quando l’Internet-di-Tutte-le-Cose sarà in funzione e governerà il mondo, gli umani potrebbero passare dalla condizione di ingegneri a quella di chip, e poi a quella di dati, e alla fine potrebbero dissolversi in un fiume di dati come una zolla di terra dentro un corso d’acqua impetuoso”*.

È quindi importante cominciare a porci il problema, per trovare il modo di pensare all’onda di ketchup che uscirà dalla bottiglietta e per essere sicuri che finisca su un panino che riusciremo a mangiare.

C’è chi suggerisce alcune soluzioni sull’adagio “se non puoi battere il nemico, alleati con lui”.

Ray Kurzweil, ad esempio, ci vede “semplicemente” potenziati dalla tecnologia (un bel chip nel cervello) o addirittura combinati progressivamente con essa: “…useremo nanobot per cominciare a rafforzare i nostri cervelli con intelligenza non biologica, [successivamente] la parte non biologica della nostra intelligenza predominerà, [ed infine] la parte non biologica sarà miliardi di volte più potente”**.

Quindi cominciamo a rifletterci insieme, altrimenti il giorno prima stiamo aspettando il frigorifero che ordina da solo i prodotti in via di esaurimento ed il giorno dopo ci ritroviamo il forno che, connesso ad Internet e guidato dall’ASI, ci vuole cucinare.

 

* Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, 2017, Bompiani editore

**Ray Kurzweil, La singolarità è vicina, 2008, Apogeo

 

 

Luca Tiraboschi

Luca Tiraboschi

Luca Tiraboschi è Ambassador e Contributor di Impactscool. Ha lavorato per molti anni in ambito Marketing e Servizi e ora si occupa di progetti omnicanale per un importante retail di consumer electronics. Da sempre appassionato di innovazione, Luca ama scrutare il futuro cercando di far emergere le opportunità e i rischi connessi con le infinite possibilità che la tecnologia mette a nostra disposizione.